Denti del giudizio: tutto ciò che c’è da sapere sull’intervento di estrazione

I denti del giudizio, nonché i terzi e ultimi molari, erompono indicativamente tra i 18 e i 25 anni. La loro eruzione, tuttavia, non è così scontata. Non è raro, infatti, che rimangano completamente o parzialmente inglobati nell’osso e nella gengiva, provocando, talvolta, la formazione di focolai d’infiammazione cronica. Ed è proprio in questi casi che l’estrazione del dente diventa necessaria.

In che cosa consiste l’estrazione dentale?

L’estrazione dentale è una pratica odontoiatrica tramite la quale il dente viene rimosso dalla cavità ossea in cui è collocato. Può avvenire secondo due modalità differenti:

  • Estrazione semplice: eseguita su un dente ben visibile ed erotto completamente. Oltre a essere la modalità d’intervento più comune, è anche la più semplice. Consiste nella semplice estrazione del dente, sotto anestesia locale.
  • Estrazione chirurgica: è la modalità più complessa poiché interessa i denti ancora inclusi o parzialmente ricoperti dalla gengiva. La difficoltà è data dalla difficile accessibilità alla zona e alla conseguente necessità di incidere la gengiva. Più il dente è in profondità, più sarà complessa la rimozione. Tale operazione può essere eseguita sotto anestesia locale nello studio dentistico e sotto anestesia generale in ambito ospedaliero.

Quando è necessario estrarre i denti del giudizio?

L’estrazione dei denti del giudizio può avvenire in via preventiva o curativa. Nel primo caso, il dente può essere rimosso per salvaguardare l’allineamento, la posizione degli altri denti e per ridurre il rischio di malocclusione. Nel secondo caso si rivela inevitabile in caso di:

  • affollamento dentale, poiché potrebbe rendere difficoltose le normali azioni di detersione orale;
  • gravi infezioni, come la carie, la pulpite, l’ascesso dentale e il granuloma;
  • infiammazione gengivale;
  • pericoronite, ovvero un’infiammazione che colpisce la gengiva durante la fase di eruzione di un dente.

Quali accorgimenti bisogna adottare in caso di estrazione dentale?

Per evitare infezioni orali, prima dell’estrazione dentale è importante procedere con:

  • accurata detersione orale casalinga, coadiuvata da sciacqui con collutori disinfettanti nei quattro giorni antecedenti all’estrazione del dente;
  • cura antibiotica per minimizzare il rischio d’infezione. È bene sottolineare però che questa seconda fase non è sempre necessaria. Il dentista può prescrivere una terapia antibiotica a seconda della predisposizione dell’individuo alle infezioni e della condizione del sistema immunitario.

Estrarre i denti del giudizio fa male?

Grazie al perfezionamento delle tecniche anestetiche oggi l’intervento di estrazione non risulta particolarmente doloroso. Infatti, durante tutta l’intervento, il paziente non percepisce alcun tipo di dolore. Tuttavia, in alcuni casi, potrebbe essere percepita una leggera pressione o sensazione di trazione del dente.

Quali sintomi comporta l’estrazione di un dente del giudizio?

La velocità di recupero dopo un intervento di estrazione dentale dipende dal grado di difficoltà dell’estrazione. Se il dente è incluso, l’operazione può risultare più problematica rispetto alla rimozione di un dente erotto completamente. Tuttavia, indipendentemente dalla difficoltà dell’intervento, l’estrazione di un dente del giudizio può comportare alcuni sintomi comuni tra cui:

  • dolore persistente nei giorni successivi;
  • edema/gonfiore;
  • sanguinamento gengivale;
  • alveolite post-estrazione;
  • infezione;
  • ascesso dentale;
  • lesione alle radici dei denti limitrofi al dente estratto;
  • temporanea perdita della sensibilità della zona interessata.

Infine, alcune eventuali condizioni morbose, come la presenza di patologie sistemiche, possono incidere sul decorso post-estrazione dentale.

Cosa fare dopo l’estrazione dentale?

Nelle successive 24 ore, per alleviare o prevenire la sensazione di dolore, è consigliabile:

  • effettuare impacchi freddi, a cadenza regolare nell’arco della giornata, in corrispondenza dell’area interessata;
  • previo consiglio medico, assumere antidolorifici prima che l’effetto dell’anestesia svanisca;
  • evitare l’assunzione di cibi eccessivamente duri o gommosi, sostituendoli con cibi liquidi e cremosi.

Cosa evitare durante il periodo di guarigione?

Per agevolare la guarigione, durante il periodo di convalescenza è molto importante:

  • evitare di fumare;
  • non bere alcolici;
  • non praticare attività intense come lo sport;
  • evitare l’utilizzo spazzolino a setole dure;
  • non masticare caramelle gommose o chewing-gum.

Come ricostruire un dente devitalizzato?

La ricostruzione di un dente devitalizzato (quindi trattato endodonticamente) rappresenta un momento di fondamentale importanza, poiché ne condiziona inevitabilmente la prognosi (la durata all’interno della bocca).

Ricostruzione del dente: scegliere il restauro ideale

Sarà lo specialista a valutare immediatamente la causa della terapia endodontica e a scegliere insieme a noi il restauro ideale.

Con “ideale” si intende un restauro capace di proteggere il dente in modo ottimale, evitando il rischio di fratture nelle fasi successive alla devitalizzazione.

Il restauro avrà quindi il compito di:

  1. proteggere il dente da possibili incrinature o, peggio ancora, fratture (con il rischio potenziale di dover poi estrarre il dente);
  2. sigillare in modo ermetico la porzione coronale del dente evitando possibili infiltrazioni di batteri
  3. conferire, oltre alla protezione meccanica, anche un’estetica ottimale.

Vi è una strettissima correlazione tra la terapia endodontica e il restauro eseguito a livello della corona dentale. La letteratura è infatti ormai concorde nell’affermare che il successo a lungo termine della devitalizzazione dipenda anche dal tipo di sigillo che si ottiene a livello coronale.

Cosa succede se non viene eseguito un restauro efficace in tempi brevi?

La mancata esecuzione in tempi brevi di un restauro efficace esporrà il materiale utilizzato per la devitalizzazione (la guttaperca) al contatto diretto con i batteri normalmente presenti nella saliva. Ci sarà quindi il rischio di una ricolonizzazione da parte di questi batteri dello spazio endodontico deterso e sigillato durante la devitalizzazione.

L’eventuale colonizzazione da parte dei microorganismi porterà nel tempo a un loro passaggio graduale dalla corona fino all’apice del dente dove saranno poi liberi di “agire indisturbati”, creando un’infezione che svilupperà nel tempo il cosiddetto granuloma (“nodulo” di tessuto infiammatorio).

Questo passaggio di batteri può avvenire a seguito di:

  • Presenza di otturazioni provvisorie mantenute per lunghi periodi;
  • Incompleta rimozione della lesione cariosa, con conseguente passaggio nel tempo dei batteri a livello endodontico;
  • Manovre adesive poco scrupolose con assenza di sigillo coronale e, quindi, possibile sviluppo di carie secondarie e conseguente infiltrazione batterica (un’otturazione eseguita in modo poco attento, magari senza l’utilizzo della diga di gomma e non rispettando i protocolli adesivi);
  • Presenza di microfratture e/o aperture dell’interfaccia adesiva o di fratture in elementi dentali compromessi da patologie dentali e/o restauri preesistenti.

Per riassumere, una volta rimossa tutta la lesione cariosa e i vecchi restauri presenti, e prima di devitalizzare il dente, sarà compito del medico valutare la quantità residua di dente sano, in modo da scegliere successivamente il restauro più adatto.

Cosa fare se le pareti del dente sono troppo sottili?

Se le pareti del dente, una volta rimossi i tessuti cariati, risultassero troppo sottili non sarà possibile una ricostruzione del dente con una semplice otturazione, in quanto le forze masticatorie continuerebbero a flettere i tessuti dentali residui, compromettendone la stabilità strutturale. Allo scopo di prevenire fratture dento-radicolari, spesso catastrofiche ed irrecuperabili, sarà indicato limare il dente e “proteggere” le superfici masticatorie con una corona o un intarsio a copertura completa delle cuspidi (le “protuberanze” di smalto dei denti).

Nei settori posteriori (premolari e molari), in presenza di una consistente struttura residua (ossia tanto dente integro disponibile), saranno indicati restauri diretti, ossia semplici otturazioni eseguite direttamente dal medico dopo la devitalizzazione.

Purtroppo, questa condizione non è molto frequente. Spesso i denti devono essere devitalizzati o perché affetti da carie molto estese, che riducono drasticamente la quantità di tessuto sano, o perché accidentalmente fratturati con conseguente esposizione della polpa e perdita di una grossa porzione di dente.

In tutti questi casi saranno indicati restauri indiretti che potranno essere di tipo tradizionale (corone complete) o di tipo parziale (intarsi).

I denti del settore estetico, detti “del sorriso” sono meno sollecitati dal punto di vista meccanico tanto che, il più delle volte, il restauro diretto può rappresentare la scelta definitiva.

Questo velocizzerà e semplificherà molto le tempistiche ricostruttive in quanto sarà possibile ottenere molto rapidamente un sigillo ermetico che proteggerà immediatamente la devitalizzazione da possibili infiltrazioni future.

In questo caso il professionista sceglierà una soluzione restaurativa protettiva ma al tempo stesso estetica, per preservare la bellezza del nostro sorriso.

Ovviamente, in presenza di ampia perdita di struttura dentale potrà essere indicato un restauro di tipo indiretto in modo da conferire al dente estetica ma, soprattutto, resistenza.

Cosa determina il successo di un restauro?

Riassumendo, per un successo a lungo termine dei restauri dentali sono fondamentali:

  • la valutazione iniziale di ogni caso clinico;
  • una comunicazione chiara del piano di trattamento con la spiegazione delle possibili alternative terapeutiche;
  • la corretta scelta del restauro in funzione della quantità dei tessuti sani residui dopo il trattamento endodontico;
  • l’utilizzo della diga di gomma;
  • il rispetto dei protocolli operativi da parte dello specialista.

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Diabete e parodontite legate da un doppio filo

Che cos’hanno in comune diabete e parodontite? Entrambe possono essere considerate delle pandemie silenziose e dilaganti.

Nel mondo 463 milioni di persone (1 adulto su 11) soffrono di diabete. In Italia ci sono attualmente più di 5 milioni di pazienti a cui è stata diagnosticata questa patologia. Secondo l’International Diabetes Federation (IDF) nei prossimi anni la curva aumenterà ancora: il diabete interesserà 578 milioni di persone entro il 2030 e 700 milioni entro il 2045.

La parodontite è la malattia infiammatoria non trasmissibile più diffusa nel mondo. Ne soffre circa il 50% delle persone sopra i 35 anni e il 60% degli over 65.  L’11% della popolazione mondiale (circa 800 milioni di persone) ne soffre nelle forme più gravi (stadio III e IV), caratterizzate dalla perdita di più denti. La causa principale sono i batteri parodontopatogeni presenti nella placca batterica. Infatti, se quest’ultima non viene rimossa efficacemente con lo spazzolino, il filo interdentale e lo scovolino, si accumula e determina uno stato di infiammazione, chiamato gengivite. La gengivite, caratterizzata da gonfiore, arrossamento e sanguinamento delle gengive, in alcuni soggetti può degenerare in parodontite. A differenza della gengivite, la parodontite non è reversibile poiché è una patologia che porta progressivamente alla perdita dei tessuti a sostegno del dente (gengiva, osso alveolare, cemento radicolare e legamento parodontale).

Il diabete e le sue forme

Sul diabete, per quanto diffuso e conosciuto, c’è ancora molta disinformazione. Si tratta di un disturbo dell’organismo nell’assimilazione, nell’utilizzo e nello stoccaggio degli zuccheri. La malattia si manifesta quando l’insulina (ormone secreto dal pancreas e indispensabile per l’assimilazione dei carboidrati) non è prodotta o perlomeno non in quantità sufficiente dall’organismo, che si ritrova così in uno stato di iperglicemia. Questa condizione di alti livelli di glucosio nel sangue è dannosa per molti organi del corpo e, a lungo andare, se non trattata, può essere invalidante e causare la morte dell’individuo.

Il diabete esiste in due forme:

  • Il diabete di tipo 1 (DMT1), anche detto “diabete giovanile”, è una malattia autoimmune, legata a fattori genetici ereditari, provocata da un malfunzionamento delle cellule del pancreas adibite alla produzione di insulina. Si registra principalmente nei bambini e negli adolescenti. In Italia sono circa 300 mila i pazienti a cui è stata diagnosticata questa forma di diabete.
  • Il diabete di tipo 2 (DMT2), anche definito “diabete mellito”, è il più diffuso (rappresenta il 90% dei casi). La “buona” notizia è strettamente dipendente dallo stile di vita dell’individuo. Spesso si manifesta dopo i 40 anni, è associato a sovrappeso, stile di vita sedentario e mancanza di attività fisica. Insomma, i soggetti poco attenti alla salute e alla dieta sono quelli più a rischio. In Italia ne soffre il 4,9% della popolazione. Nel mondo causa oltre 5 milioni di decessi all’anno, ed è l’ottava causa di morte nella popolazione.

Complicanze del diabete

Gli alti livelli di glucosio nel sangue possono provocare stress ossidativo e danni micro e macrovascolari. L’iperglicemia, dunque, può essere dannosa per:

  • Occhi (retinopatia, cataratta, glaucoma)
  • Reni (insufficienza renale)
  • Apparato cardiocircolatorio (ipertensione, colesterolo elevato, inspessimento delle arterie, infarto e ictus)
  • Sistema nervoso (neuropatia)
  • Cavolo orale (parodontite)

La relazione a doppio filo tra diabete e parodontite

Numerosi studi scientifici hanno validato la tesi secondo cui tra diabete e malattia parodontale vi è una stretta correlazione. Tra le due patologie sembra esserci un vero e proprio legame bidirezionale: i pazienti affetti da parodontite mostrano un peggiore controllo metabolico, mentre i soggetti diabetici presentano un peggioramento della situazione parodontale.

Il rischio per un paziente diabetico di ammalarsi di parodontite è stimato essere 2-3 volte maggiore rispetto ad un paziente sano.

Allo stesso tempo un soggetto affetto da parodontite ha maggiori probabilità di contrarre malattie sistemiche, come il diabete. I batteri parodontopatogeni, infatti, dalla bocca possono spostarsi all’interno del nostro organismo attraverso il flusso ematico e trasferire citochine pro-infiammatorie sistemiche che inducono insulino-resistenza.

La prevenzione del diabete dal dentista

I casi di diabete di tipo 2 non diagnosticato in Italia ammontano a circa 1,5 milioni: questa patologia, infatti, può rimanere asintomatica per lungo tempo ed essere diagnosticata spesso quando è già conclamata e i sintomi evidenti. Un tempestivo intervento di screening e correzione dello stile di vita del paziente potrebbe ritardare se non prevenire l’insorgere della patologia diabetica con un risparmio di costi notevole per il Servizio Sanitario Nazional. Il National Institute of Clinical Excellence nel Regno Unito ha suggerito, a tale proposito, che altri professionisti sanitari diversi dai medici possano eseguire lo screening per il diabete. Lo studio dentistico, per esempio, potrebbe essere considerato il luogo ideale per la diagnosi precoce di disturbi metabolici e di malattie sistemiche come il diabete. Se ci pensiamo, lo studio dentistico è tra le strutture sanitarie più frequentate dalla popolazione ed è anche quella in cui viene diagnosticata e curata la malattia parodontale. Gli odontoiatri e gli igienisti dentali, dunque, hanno tutti i requisiti per divenire figure sanitarie di primo piano in questa “battaglia” perché fungono da “sentinelle” e hanno un’influenza positiva sulla salute a 360° dei pazienti. A tal proposito la Società Scientifica di Parodontologia e Implantologia ha ideato e condiviso un comodo decalogo rivolto al paziente diabetico, in cui sono presenti consigli e informazioni su una corretta ed efficace igiene orale domiciliare (dagli strumenti da utilizzare ai sintomi da non trascurare, come quello della bocca secca).

Inoltre, a dimostrazione dell’importanza di una collaborazione interdisciplinare tra le varie figure mediche coinvolte nell’intercettazione precoce di parodontite e diabete mellito, a novembre 2020 le società scientifiche SIdP (Società Italiana di Parodontologia e Implantologia), AMD (Associazione Medici Diabetologi) e SID (Società Italiana di Diabetologia) hanno stilato un protocollo diagnostico-preventivo. Questa metodologia di lavoro condivisa ha un duplice obiettivo: da un lato, si vogliono ridurre i casi gravi di diabete e parodontite, dall’altro, si vuole prevenire l’evoluzione se non addirittura l’insorgenza delle due malattie.

Questi obiettivi potranno essere più facilmente e velocemente raggiunti tanto più i diversi mondi (dentisti, igienisti, medici di base e diabetologi) si parleranno e lavoreranno in simbiosi dalla fase diagnostica, preventiva e di comunicazione al paziente.

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Il portale web della SIdP – Società italiana di Parodontologia e implantologia, in cui trovare informazioni semplici, complete e autorevoli sui problemi di denti e gengive.

Trattamento Endodontico: cos’è e quando è necessario?

La professione del dentista è una, ma al suo interno vi sono molteplici specializzazioni. Una di queste è l’endodonzia, che si occupa di studiare e curare i tessuti interni del dente. Quando questi tessuti o i tessuti che circondano la radice del dente sono soggetti a patologie o si danneggiano (es. a causa di carie o traumi), il pronto intervento dell’endodontista può salvare il dente, grazie al trattamento endodontico, detto anche “devitalizzazione”.

Il trattamento endodontico o “devitalizzazione”

Quando la polpa – il tessuto molle contenuto all’interno del dente – è infiammata o infetta, si rende necessario il trattamento endodontico (conosciuto anche come cura canalare o devitalizzazione). La devitalizzazione è per esempio necessaria a seguito di un danno provocato da una carie profonda o da un trauma che ha portato alla frattura, o incrinatura del dente.

La polpa dentaria è un tessuto altamente specializzato, costituito da arterie, vene, terminazioni nervose e cellule connettivali, presente all’interno della camera pulpare e nei canali radicolari, che sono strutture anatomiche presenti in tutti i denti. Nell’età dello sviluppo, questo tessuto ha la funzione di formare la dentina, ovvero la struttura portante del dente che è posta subito sotto lo smalto. Nell’individuo adulto la polpa permette al dente di percepire la sensibilità termina (caldo e freddo) e la presenza di insulti chimici o fisici (che sono alla base della carie e dei traumi).

Esistono varie patologie che possono danneggiare la polpa dentale, ma la più conosciuta e frequente è certamente la carie. Questa porta alla decalcificazione e distruzione progressiva dei tessuti duri del dente, ed è causata dall’azione di microrganismi patogeni presenti nella placca batterica. Se non curata in tempo, la carie è in grado di “bucare” il dente assumendo dimensioni sempre maggiori, estendendosi anche in profondità fino a raggiungere la polpa.

A quel punto l’unica cura conservativa possibile (ovvero che consente di mantenere il dente evitando l’estrazione) è la terapia endodontica. L’obiettivo dell’endodonzia, quindi, è quello di preservare i denti che hanno subito un grave danno alla loro struttura e che ha portato all’infezione o addirittura alla necrosi della polpa, con ripercussioni acute o croniche dei tessuti circostanti, più o meno dolorose. La moderna endodonzia si avvale di strumenti sofisticati per la diagnosi e la terapia, quali lo stereo-microscopio operatorio, i biomateriali e strumenti realizzati con leghe resistenti ma contemporaneamente elastiche.

Quali sono i segnali della presenza di una carie?

Non sempre la carie è facile da diagnosticare. Talvolta il paziente non avverte alcun sintomo doloroso o i sintomi possono essere così lievi da non destare sospetto e preoccupazione. Questo generalmente avviene nei primi stadi del processo carioso, anche se a volte il paziente può arrivare alla frattura di parte del dente senza aver avvertito una patologia dolorifica importante.

Ecco perché è fondamentale nella prevenzione medica anche il controllo periodico dal dentista. Solo così è possibile individuare la presenza di carie fin dal loro esordio e nei primissimi stadi in modo da intervenire tempestivamente con una terapia poco invasiva, minimizzando i danni e scongiurando notti insonni e visite d’urgenza.

Di contro, se non intercettato per tempo, il danno provocato dalla carie potrebbe estendersi rapidamente alla polpa dentale, portando inevitabilmente a fenomeni dolorosi quali la pulpite (infiammazione acuta della polpa dentaria) o la necrosi (morte cellulare) della polpa stessa, rendendo necessario il trattamento endodontico.

Se, come visto, il dolore non è un sintomo affidabile nell’individuazione tempestiva della carie, l’eccessiva sensibilità al freddo (chiamata ipersensibilità dentinale) può invece esserlo. Infatti, anche se non possiamo considerarlo un indicatore sicuro di carie, la sua presenza in punti della bocca fino a poco tempo prima privi di sintomi, deve farci recare dal dentista per una visita di controllo.

L’ipersensibilità dentinale, in ogni caso, si può correlare a numerosi altri fattori:

  • Abrasione ed erosione dei colletti (la parte dei denti in prossimità della gengiva)
  • Utilizzo di  spazzolino da denti troppo duro o usato in maniera scorretta;
  • Eccessivo consumo di cibi acidi (per esempio agrumi o aceto)
  • Malattia parodontale (gengivite e parodontite);
  • Reflusso  gastro-esofageo;
  • Para-funzioni gnatologiche come il digrignamento (bruxismo) ed il serramento dei denti;
  • Traumi che hanno provocato incrinature/fratture del dente.

Non dobbiamo dimenticare però che il fastidio provocato dagli stimoli termici o dai cibi, non viene avvertito dai pazienti nei denti devitalizzati. Infatti, durante il trattamento endodontico la polpa viene rimossa e non è quindi in grado di inviare alcun impulso sensitivo o dolorifico che avverta della presenza di carie o altre patologie. È bene quindi ricordare, che la carie attacca indifferentemente e con la stessa intensità sia denti sani sia denti curati o devitalizzati.

In cosa consiste il trattamento endodontico?

Il trattamento endodontico è un intervento odontoiatrico ambulatoriale che consiste nella rimozione della polpa infiammata e infetta presente all’interno del dente. Le radici vengono interamente svuotate per tutta la loro lunghezza, disinfettate con ipoclorito di sodio e la polpa sostituita da un’otturazione permanente di materiali dedicati a questa funzione (guttaperca e cemento canalare).

Il trattamento endodontico è una terapia rapida – grazie alle nuove tecniche e alle moderne apparecchiature a disposizione del dentista – e indolore, poiché il paziente viene sottoposto ad anestesia locale che è in grado di prevenire il dolore anche nei casi con polpa ancora sensibile.

Al termine della cura, il dente trattato non sarà più un serbatoio infettivo e potrà continuare a svolgere le stesse funzioni di un dente vitale.

La percentuale di successo di una cura canalare in un dente vitale (che possiede cioè la sua polpa dentale) è elevatissima, mentre si abbassa lievemente nei casi in cui si esegue un ritrattamento endodontico, quando cioè è necessario ripetere la procedura per un precedente fallimento (formazione di infezioni apicali, danni iatrogeni, complessità anatomiche, difficoltà obiettive).

La cura canalare è dolorosa?

Durante il trattamento endodontico al paziente viene somministrata l’anestesia locale. È possibile che al termine della terapia si avverta un temporaneo indolenzimento, che può essere più o meno fastidioso, ma è facilmente gestibile attraverso l’assunzione di analgesici. Può durare da poche ore a pochi giorni, soprattutto durante la masticazione. Nei casi più complicati, dove c’è il rischio di ascessi, il professionista saprà indicare i medicinali più adatti da iniziare prima della terapia e talvolta da proseguire per migliorare e velocizzare la guarigione della zona interessata.

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Quali accorgimenti per avere denti sempre bianchi?

Parliamoci chiaro: avere i denti bianchi è considerato un must in una società votata all’estetica come la nostra. Avere I denti “gialli” o più scuri può essere un problema poiché possono provocare una perdita di autostima con conseguenti problemi in termini relazionali.

Spesso, per ovviare a questo problema, le persone cercano soluzioni fai-da-te per risolvere nella maniera più veloce ed economica possibile la situazione che crea tanto imbarazzo. Eppure, ricorrere a dentifrici che promettono miracoli istantanei o pozioni magiche (i classici “rimedi della nonna”) a base di bicarbonato di sodio o limone rischiano non solo di non essere efficaci, ma dannosi per lo smalto e le gengive.

Perché i denti ingialliscono?

Non tutti sanno che il colore dei denti è determinato dalla dentina, ovvero la parte del dente che si trova subito sotto lo smalto e che protegge la parte più interna, la polpa.

La dentina tende al grigio o al giallo e, come per altri elementi del nostro corpo (pelle, occhi, capelli), il suo colore è genetico e diverso per ogni individuo.

Nel corso degli anni il colore dei denti può cambiare per varie ragioni:

  • l’utilizzo di alcuni tipi di medicinali (antibiotici);
  • il fumo;
  • una cattiva igiene orale;
  • l’avanzare dell’età;
  • il consumo di alcuni alimenti pigmentanti.

La superficie dello smalto, la parte più esterna del dente, per quanto possa sembrare liscia, in realtà è porosa e assorbe le varie sostanze, che possono quindi modificare il colore (discromia) della dentina.

Le discromie dentali non sono tutte uguali: alcune possono apparire come macchie circoscritte, altre possono interessare tutta la superficie del dente. Inoltre, a seconda del fattore che le ha generate, possono essere divise in:

  • discromie estrinseche, ovvero causate da elementi esterni e generalmente appaiono sulla superficie dello smalto. Esempi di cause: cibi e bevande colorati (caffè, tè, vino rosso, curry, frutti rossi etc), fumo, tartaro e placca etc.
  • discromie intrinseche, invece, sono più profonde perché interessano gli strati interni del dente. Tra le cause: traumi, alcuni tipi di medicinali e alcune malattie congenite e sistemiche. A differenza delle prime, queste macchie sono più difficili da eliminare.

Gli alimenti che provocano discromie

Sono molte le correlazioni tra le pratiche di una sana e corretta alimentazione e una bocca in salute.

Alcuni alimenti però sono dannosi per il sorriso poiché posseggono coloranti naturali o artificiali che macchiano lo smalto e mettono in pericolo i denti bianchi. Ugualmente, esistono cibi altamente acidi che consumano lo smalto ed espongono la dentina sottostante, provocando non solo ingiallimento, ma anche ipersensibilità dentale.

Tra gli alimenti che possono macchiare i denti troviamo:

•  alimenti con un’elevata acidità: aceto e sottaceti, salsa e succo di pomodoro, spremute di agrumi, bevande gassate o energetiche;

•  alimenti contenenti coloranti (naturali o artificiali): caffè, tè, vino rosso, frutti di bosco e frutti rossi, barbabietole, curry, salsa di soia, liquirizia, succhi di frutta, alcune caramelle e dolci come il cioccolato.

Gli alimenti e i suggerimenti utili per evitare le discromie

La maggior parte dei cibi che tendono a macchiare i denti fanno parte della nostra quotidianità ed è quindi difficile rinunciarvi, ma potrebbe essere certamente utile limitarne il consumo, e seguire alcuni consigli utili:

  • un’igiene orale accurata al termine dei pasti (almeno 2 minuti), in alternativa laddove non sia possibile spazzolare i denti  una gomma da masticare allo xilitolo può aiutare;
  • programmare appuntamenti periodici dal dentista;
  • usare una cannuccia per bere bevande acide o colorate.

Una buona abitudine per mantenere i denti bianchi è masticare il cibo più a lungo e lentamente. Questo semplice consiglio serve ad aumentare la produzione di saliva, difesa naturale contro i batteri che provocano la placca. Un’altra accortezza è bere molta acqua per abbassare il livello di acidità del cavo orale e quindi scongiurare eventuali attacchi degli acidi allo smalto.

Può tornare utile anche bilanciare la dieta con alimenti che meglio si prestano a mantenere il bianco naturale dei denti o che contengono sostanze utili:

  • frutta e verdura croccante come sedano, carote, finocchi, mele, pere, noci, mandorle e semi vari, che stimolano la masticazione e aiutano a pulire naturalmente i denti;
  • fragole, che contengono acido malico, astringente naturale che aiuta a rimuovere le macchie;
  • oli essenziali, che favoriscono lo sbiancamento e sono contenuti per esempio in piante aromatiche come salvia e menta;
  • latticini e semi di sesamo, che contengono calcio e rafforzano lo smalto;
  • tè verde, che contiene la catechina, una sostanza che favorisce l’eliminazione dei batteri
  • frutti che contengono vitamina C, perché concorrono a rafforzare le gengive; anche se , contenendo acido citrico che è dannoso per lo smalto, sarebbe preferibile non abusarne;
  • i fughi shiitake che contengono il lentinano, uno zucchero benefico per i denti (come lo xilitolo) perché in grado di contrastare la formazione della placca.

Denti bianchi: accorgimenti dopo un trattamento sbiancante

Se abbiamo deciso di trattare il problema estetico dell’ingiallimento dei denti, il nostro dentista di fiducia sicuramente ci avrà dato degli ottimi consigli da seguire dopo aver eseguito il trattamento sbiancante.

Tutti gli alimenti che provocano discromie e che abbiamo indicato precedentemente devono essere evitati per qualche giorno. I denti, infatti, dopo aver concluso un trattamento di sbiancamento professionale, tendono ad assorbire con maggior facilità i pigmenti. Tra le altre abitudini da abbandonare almeno per qualche ora (sarebbe meglio per sempre) dopo lo sbiancamento c’è anche il fumo.

Da ricordare che anche alcuni collutori possono macchiare lo smalto dei denti. Il collutorio a base di Clorexidina, per esempio, se utilizzato per periodi di tempo prolungati, può provocare discromie dentali. 

In ogni caso, qualunque sia il tipo di discromia che ha colpito il nostro sorriso, la scelta migliore è quella di rivolgersi al dentista o igienista dentale di fiducia. Spesso alcune macchie sono facili e veloci da rimuovere grazie ad una normale seduta di igiene orale professionale.

Per le macchie più difficili, invece, potrà essere necessario un trattamento sbiancante da fare in studio oppure comodamente a casa, sempre sotto la supervisione dei professionisti del sorriso.

Scopri AIC – Accademia Italiana di Conservativa

Scarica le schede validate da AIC, Accademia Italiana di Conservativa, dove vengono fornire informazioni semplificate ma controllate, riguardo alle principali affezioni della bocca e dei denti.

Che relazione c’è tra dieta, microbiota e salute orale

Un gran numero di malattie sembra essere indirettamente o direttamente collegato al microbiota. Tra queste ci sono patologie cardiovascolari, infiammatorie intestinali, ma anche allergie, diabete, Alzheimer, cancro, autismo e disturbi psichiatrici come la depressione. I microrganismi che popolano il nostro sistema hanno quindi una notevole influenza sulla nostra salute.

Cos’è il microbiota?

Siamo soliti pensare al nostro corpo come ad una macchina perfetta, indipendente e progettata per funzionare al meglio.

E infatti, i nostri organi svolgono funzioni vitali come respirare, assimilare il cibo, pompare il sangue nelle vene, etc. Tuttavia, all’interno del nostro organismo vivono anche degli ospiti che non sono autoctoni, non sono “parte di noi”, ma lo sono diventati con il tempo e sono comunque estremamente importanti per il suo funzionamento (o molto dannosi). Questi “estranei” sono i microrganismi che vivono sulla nostra pelle, nella nostra bocca, nel nostro intestino e in altre parti del nostro corpo e sono un numero inimmaginabile.

Questa ricca e diversificata comunità microbica che costituisce il microbiota umano si è evoluto insieme all’uomo: i microbi ci accompagnano in tutte le fasi della nostra vita, dalla nascita alla morte, e instaurano con noi una relazione reciproca e costante.

Batteri, archeobatteri, funghi, protisti e virus sono diversi tipi di microbi che compongono la meravigliosa comunità del nostro microbiota. Abitano in diverse parti dell’organismo – la bocca, la pelle, la vagina, l’utero e così via – generando così i diversi microbioti del corpo. Sicuramente la comunità più grande e probabilmente la più importante, è il microbiota intestinale. Un microbiota intestinale equilibrato e diversificato svolge un ruolo cruciale nella regolazione del sistema immunitario, del metabolismo, dell’umore. Al contrario, un microbiota poco equilibrato e povero comporta un maggiore rischio di sviluppare infiammazioni e contrarre malattie. 

Salute orale e microbiota

La comunità di microrganismi che vive nella nostra bocca, ovvero il microbiota orale, conta circa 700 diversi tipi di batteri ed è una delle comunità microbiche più complesse del corpo umano. Sappiamo già che alcune delle nostre abitudini di salute orale possono influire sulla composizione di questa comunità. Ad esempio, i dentifrici contenenti enzimi e proteine ​​possono incrementare le difese naturali della saliva e aumentare i batteri “amici delle gengive”.

Inoltre, sappiamo da recenti ricerche condotte da ricercatori dell’Università di Trento e altri centri universitari, che alcuni batteri anaerobi, come il Fusobacterium nucleatumla e il Fusobacterium Fastidiosum sono causa di mucositi e perimplantiti.

Queste due patologie di origine batterica rappresentano una grave minaccia, in particolare per i pazienti con impianti dentali perché possono provocare la perdita degli stessi.

Altri scienziati stanno inoltre indagando sulla possibile influenza della salute orale sul microbiota intestinale. Alcuni recenti studi hanno dimostrato che i batteri che popolano la nostra bocca possono colpire gli organi intestinali attraverso il flusso ematico.

E sembra essere anche questo il possibile collegamento tra le malattie parodontali e alcune malattie sistemiche (diabete, ictus, polmoniti, infertilità, osteoporosi, problemi cardiovascolari, nascite premature). Dalle ricerche è inoltre emerso che alcuni batteri presenti nel microbiota orale di soggetti con patologie orali, come gengivite o parodontite, sono gli stessi trovati nelle zone del corpo colpite da cancro del colon, cancro del pancreas e cancro orale.

Per questo motivo sta diventando sempre più importante indagare la relazione tra microbi e patologie neoplastiche. Da un lato, infatti, serve per capire se determinati virus o batteri possono essere correlati a certi tipi di tumore, dall’altro per impostare test di screening più efficaci, migliorando così la prevenzione.

I rischi per la salute orale

Se la stabilità del microbiota è sbilanciata e vede una prevalenza di batteri nocivi, anche la salute della nostra bocca è compromessa ed è maggiore la possibilità di sviluppare infezioni e malattie del cavo orale come:

  • Carie dentale, è l’infezione del cavo orale più diffusa e conosciuta. A determinare la demineralizzazione del dente alcuni batteri, tra cui il più pericoloso è lo Streptococcus mutans.
  • Gengivite, è un’infiammazione che interessa il sistema di sostegno dei denti, ovvero la struttura ossea e il tessuto che li circonda. È causata anch’essa da batteri, come i Porphyromonas gingivalis e Prevotella intermedia, che si accumulano lungo i margini della gengiva e producono sostanze dannose. Se trascurata, la gengivite si può trasformare in parodontite, un’infiammazione ancora più grave e profonda tanto da portare alla perdita del o dei denti interessati.
  • Candida orale o mughetto, è un’infezione fungina che scaturisce dal proliferare senza controllo del fungo Candida Albicans nella bocca.
  • Afte, sono lesioni della mucosa orale che possono generare infezioni. Si possono formare sulle gengive o su altri tessuti molli della bocca come le guance. Possono essere causate da un eccessivo stress, sbalzi ormonali, difese immunitarie basse, ipersensibilità verso alcuni alimenti
  • Herpes labiale, è un’infezione causata da un virus, l’Herpes Simplex, ed è uno dei problemi più diffusi nelle persone sotto i 50 anni secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità

Come la dieta influenza il microbiota

Fin dagli anni ’70 le ricerche scientifiche hanno dimostrato come la dieta abbia una grande influenza sui microbi che popolano e vivono all’interno dell’intestino. Numerosi esperimenti hanno messo in evidenza come un cambiamento nella dieta può provocare temporanei mutamenti nel nostro microbiota nel giro giro di poche ore e dare alterazioni che possono diventare stabili in una settimana.

I ricercatori dell’Università della California hanno di recente pubblicato un articolo in cui viene descritto come le persone che seguono una dieta ricca di proteine vegetali ​​e fibre abbiano un diversificato e maggiore numero di batteri, alcuni dei quali molto utili per le funzioni del nostro organismo.

Al contrario, una dieta ricca di proteine animali e grassi aumenterebbe il numero di batteri “cattivi” – come il Bacteroides e gli enterobatteri.

Dunque, attraverso la nutrizione possiamo avere un certo controllo sul nostro microbiota intestinale, rendendolo in un certo senso nostro alleato.

Gli alimenti nostri alleati

Sono diversi i microbioti che vivono in simbiosi con il nostro organismo. Mentre molti di loro ci aiutano a mantenerlo in salute, altri rappresentano una minaccia. La buona notizia è che, in una certa misura, abbiamo il potere di plasmare la composizione del nostro microbiota.

I cibi particolarmente benefici per il nostro microbiota sono quelli tipici della dieta mediterranea: l’olio d’oliva, la frutta e la verdura, i cereali, i legumi, la frutta secca, un consumo moderato di pesce e vino rosso, un ridotto apporto di latticini, carne rossa, carni lavorate e dolci. Sono questi i nostri alleati per promuovere una comunità vivace e diversificata di microbi nel nostro intestino e, di conseguenza, per migliorare la nostra salute generale.

L’impegno quotidiano dei dentisti e degli igienisti dentali nel curare la salute orale dei paziente è quindi, come abbiamo visto, strettamente connesso al fine ultimo di migliorarne la salute generale. Le visite periodiche sono fondamentali per monitorare lo stato di salute dei denti e delle gengive. Nel tempo che intercorre tra una visita e l’altra il consiglio è quello di auto esaminare la bocca: osservare il colore delle mucose, rilevare la presenza di afte o lesioni biancastre o rossastre, monitorare la sensibilità delle gengive o altri sintomi, anche l’alitosi, che devono metterci in guardia e indurci a chiamare subito il nostro dentista di fiducia!

“Aiuto, a mio figlio si è rotto un dente!”

Tuo figlio è tornato a casa con una frattura dentale o un dente completamente rotto? Quando si è bambini può capitare: una caduta dalla bicicletta o dai pattini, oppure un incidente giocando a pallone ne possono essere la causa. In ognuno di questi casi, anche dopo una caduta banale, è possibile che il dentino si spezzi, si sposti o annerisca. Tranquilli genitori! Nonostante i timori e il panico del momento, si tratta di situazioni risolvibili facendo ricorso al proprio dentista. Questo vale anche quando il dolore di tuo figlio è accentuato, specialmente se è rientrato a casa sanguinante a causa di un trauma che ha coinvolto bocca e denti. Per quanto sembri scontato, la prima cosa da fare è mantenere la calma, soprattutto per non spaventare i bambini.

Se invece vuoi sapere di più su un trauma dentale, possiamo dirti che un urto o un trauma possono provocare:

  • la rottura di una parte di dente;
  • l’avulsione, ovvero l’espulsione del dente dalla sua sede naturale;
  • una lussazione, lo spostamento del dente verso l’esterno o l’interno;
  • la frattura dell’osso attorno al dente.

Ogni situazione richiede un intervento diverso, allora come comportarsi?

Dente rotto: come comportarsi

Se la prima cosa da fare è quella di tranquillizzarsi, la seconda è senz’altro tranquillizzare il bambino.

Nel frattempo, bisogna controllare la presenza di eventuali ferite, ispezionare il cavo orale ed eventualmente, recuperare il dente o il frammento dalla bocca del bambino (per evitare che possa ingerirlo) o raccoglierlo da terra per poterlo reimpiantare, ovvero reinserire nell’osso o rincollare, ovvero riattaccare alla porzione di dente rimasta nell’osso. Dopo aver sciacquato la bocca, risulta utile applicare del ghiaccio per alleviare il dolore o il fastidio. In caso di sanguinamento si può tamponare con una garza. Spesso è possibile rincollare  il frammento al dente. Ecco perché dopo averlo recuperato occorre sciacquarlo sotto l’acqua e conservarlo nel latte (per non farlo disidratare) o in soluzione fisiologica. Senza perdere altro tempo, va poi chiamato l’odontoiatra pediatrico o l’odontoiatra generico richiedendo un appuntamento d’urgenza. Entro la prima mezz’ora dalla frattura, infatti, è più alta la possibilità di riposizionare il dente nella sua posizione, minimizzando l’entità dei danni e riducendo la possibilità di interventi invasivi. È bene precisare che solo il medico può capire se è possibile riattaccare il frammento al dente e valutare l’eventuale presenza di altri danni (solitamente mediante radiografia endorale) o fratture.

Denti da latte: cosa può succedere se…

  • il dente da latte si è spostato: se il trauma ha avuto come conseguenza una lieve dislocazione, occorre portare il bambino da un dentista pediatrico che, anche in base alla disponibilità del bambino, può riparare al danno anche con qualche piccola manovra, facendo così tornare il dente al suo posto.
  • il dente da latte è intruso: in questo caso il dente è rientrato, in parte o totalmente, nella gengiva. Il dentista analizza la situazione e cerca di capire se potrebbero esserci delle altre fratture. In caso positivo, il dente si sistemerà da solo. Diversamente, bisogna recarsi nuovamente dal medico che potrebbe valutare di togliere il dente con anestesia o sedazione.
  • Il dente da latte è estruso: come nel secondo caso, il dentista valuta la presenza di altri danni o fratture. Poiché il trauma ha fatto scendere il dente dalla gengiva, il professionista cerca di spingerlo indietro, possibilmente servendosi di una leggera sedazione.
  • Il dente da latte è caduto: se il dente cade non è possibile fare reimpianto; infatti, trattandosi di un dentino da latte va semplicemente buttato.
  • Il dente da latte è annerito: sebbene dopo una caduta il dente da latte non cada o non si spezzi, potrebbe succedere che nei giorni a seguire diventi nero. Ciò significa che vi è una compromissione della radice, talvolta accompagnata da un ascesso: una pallina bianca proprio sotto al dente. In questa eventualità bisogna accompagnare il bambino dal dentista, perché è in corso un’infiammazione che richiede il trattamento endodontico).

I denti da latte hanno un’importanza cruciale, dal momento che la futura salute dentale dei bambini dipende proprio da questi. L’odontoiatra pediatrico, oltre a riparare il trauma, può offrire ai genitori delle linee guida sulla salute orale da trasmettere, durante la crescita, come le migliori abitudini da seguire.

Quando si rompe un dente permanente

Le fratture dei denti permanenti nei bambini comportano delle difficoltà maggiori rispetto alle fratture in età adulta. Questo perché il dente permanente è un dente in crescita, a volte presente e visibile solo per una piccola porzione. Pertanto, gli interventi come le ricostruzioni effettuate prima dell’adolescenza sono da considerarsi temporanee e devono essere rivalutate periodicamente, per tutta la vita. Aver curato il trauma non basta a scongiurare conseguenze serie come le necrosi, gli ascessi, le infezioni o la perdita dell’osso. Ricorrere a un professionista in seguito a una caduta che comporta anche un minimo trauma dentale non è una esagerazione, bensì la soluzione migliore per assicurare a tuo figlio una bocca sempre in salute.

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Il dentista può migliorare l’aspetto del viso?

Il 2020 è stato l’anno della pandemia da Covid-19, del lockdown, delle mascherine, delle restrizioni sociali ed economiche, dello smart working e dei web meeting. Adesso ci aspettiamo tutti che il 2021 sia l’anno della svolta. Ad oggi di fatto è cambiata la nostra quotidianità professionale, sportiva e sociale, ma anche il nostro modo di gestire le attività più semplici come fare la spesa e accompagnare i figli a scuola. Le nostre finestre sul mondo sono diventate il web, i social network, le piattaforme di comunicazione come Zoom, Skype e Teams per videoconferenze, colloqui e riunioni online. Tutto questo ha avuto effetti più che positivi sul settore dell’estetica.

L’importanza di un bel sorriso

È aumentata, infatti, la domanda di trattamenti di medicina estetica minimamenti invasivi per apparire al meglio. Durante le canference call, le webcam inquadrano le persone in primo piano, mettendo in evidenza dal più piccolo al più grande difetto del volto. Ma quando pensiamo all’estetica del viso non possiamo trascurare la bocca e il sorriso. Questi svolgono un ruolo fondamentale nell’aspetto generale e condizionano la nostra autostima, il modo di rapportarci con gli altri e la percezione che gli altri hanno di noi. Ma che ruolo ha il dentista nel miglioramento dell’aspetto del nostro sorriso, e di conseguenza, del nostro viso?

Odontoiatria estetica vs odontoiatria cosmetica

Sbiancamenti, faccette dentali, “piercing” dentali sono, per esempio, trattamenti che rientrano nella cosiddetta odontoiatria cosmetica. Questa ha come unico obiettivo il miglioramento dell’aspetto estetico, quindi della nostra immagine. Si parla, invece, di odontoiatria estetica quando, oltre a migliorare l’aspetto puramente estetico, la terapia è volta a risolvere esigenze funzionali, come la masticazione e la respirazione, partendo da fratture, carie o edentulia, ovvero la mancanza di uno o più denti. La distinzione tra odontoiatria cosmetica ed estetica non è comunque così netta. Spesso uno stesso paziente necessita dell’intervento di entrambe per poter risolvere una particolare problematica. Gli interventi che hanno come principale obiettivo migliorare la funzionalità, hanno poi spesso un effetto benefico anche sull’estetica del sorriso o del viso nel suo complesso, se correttamente pianificati ed eseguiti. È importante sottolineare che per migliorare l’estetica del sorriso in modo duraturo bisogna prima accertarsi che la bocca sia in salute. Qualsiasi trattamento, infatti, non può avere successo o durare a lungo se denti e gengive non sono sani e se la masticazione non è efficiente.

Il ruolo del dentista: salute dei pazienti a 360°

Un sondaggio condotto qualche anno fa dall’AIOP (Accademia Italiana di Odontoiatria Protesica) su 800 soggetti e 400 dentisti, stimava una domanda potenziale di trattamenti di medicina estetica della zona del viso intorno alla bocca di oltre 1 milione di persone. La metà di coloro che aveva dichiarato di essersi sottoposta a trattamenti estetici (il 4,5% degli intervistati) lo aveva fatto proprio sulla poltrona del dentista. Dobbiamo quindi aspettarci un cambio di ruolo del dentista? In realtà il ruolo del dentista è già molto diverso da qualche anno. Non è più solo relegato alla cura e alla prevenzione delle patologie del cavo orale, ma è legato a percorsi quasi olistici, di salute dei pazienti a 360° e, ovviamente, all’estetica del sorriso.

L’effetto lifting della protesi dentale

Senza interferire in ambiti che non ci competono, come la medicina e la chirurgia estetica, possiamo però pensare a quante prestazioni odontoiatriche migliorano l’estetica del volto.  Per esempio, le persone che a causa di traumi o della malattia paradontale hanno perso i denti di una sola o entrambe le arcate e che, quindi, soffrono di edentulia, presentano un viso “schiacciato”. Spesso, infatti, il naso arriva quasi a toccare il mento. Questo avviene perché i denti e l’osso mascellare sono un supporto indispensabile e creano volume in un volto. Le protesi, fisse o rimovibili, servono proprio a ripristinare questa mancanza di volume. Ovviamente l’obiettivo principale della terapia protesica è la riabilitazione della funzione masticatoria del paziente affetto da edentulia. In secondo luogo, però, non possiamo trascurare l'”effetto lifting” che la terapia genera sulle labbra e sulle guance. La protesi aiuta infatti ad aumentare la dimensione verticale di occlusione, ovvero l’altezza dei denti. Il maggior distanziamento tra la mascella superiore e quella inferiore, grazie all’inserimento della protesi, ha il vantaggio di distendere i tessuti con un effetto che ringiovanisce il volto.  Una protesi ben progettata può anche compensare la perdita di osso in senso orizzontale e restituire supporto adeguato a labbra e guance. Infine, la protesi è anche utile anche per corregge eventuali anomalie estetiche di forma, colore o posizione dei denti naturali.

Quali altre prestazioni odontoiatriche possono migliorare l’estetica?

La parodontologia

Le terapie protesiche hanno un ruolo fondamentale nel miglioramento dell’aspetto estetico del sorriso. Spesso, però, non sono la soluzione alla problematica specifica del paziente e devono essere integrate o sostituite da altri interventi. La parodontologia, per esempio, è la branca che si occupa della cura delle patologie del parodonto, ovvero l’insieme dei tessuti, molli e duri, che circondano il dente e che svolgono una funzione di sostegno. Tra le malattie più comuni rientrano certamente la gengivite e la parodontite. La parodontologia può aiutare il paziente a migliorare l’estetica del sorriso poiché i principali sintomi di queste patologie sono assolutamente antiestetici. Tra questi, infatti:

  • gengive rosse, infiammate o addirittura sanguinanti;
  • recessioni gengivali, ovvero le gengive che si ritirano lasciando scoperte parti del dente;
  • aumento dello spazio fra i denti, dovuto a una minore stabilità dentaria e alla retrazione gengivale;
  • pus e ascessi parodontali.

L’implantologia

L’implantologia permette a un paziente affetto da edentulia di ripristinare funzioni essenziali, come quella masticatoria, ma anche estetiche. Nell’osso mandibolare o mascellare del paziente, attraverso tecniche chirurgiche, vengono inseriti degli impianti dentali: simili a delle viti, vi si possono ancorare protesi, fisse o mobili, utilizzate per coprire lo spazio lasciato libero da uno o più denti. Gli impianti possono sostituire un dente singolo (corona su impianto), un gruppo di denti vicini (ponte su impianti), oppure un’intera arcata dentale.

L’ortodonzia

L’ortodonzia interviene invece per risolvere o prevenire malocclusioni e disallineamenti dei denti. Spesso si pensa alle cure ortodontiche come a trattamenti riservati a bambini o adolescenti. Sicuramente intercettare il prima possibile disfunzioni o abitudini viziate, come la respirazione orale o deglutizione atipica, che potrebbero influenzare il corretto sviluppo facciale e dentale è importante. Ma è altrettanto importante risolvere alcune malocclusioni anche in età adulta. Inoltre, se in passato le soluzioni proposte per risolvere le problematiche ortodontiche erano decisamente più invasive, negli ultimi anni l’avvento degli apparecchi trasparenti e linguali ha avvicinato sempre più adulti all’ortodonzia. Sono cresciuti, infatti, coloro che si rivolgono al dentista, sia per risolvere semplici disallineamenti, dunque per migliorare l’estetica del sorriso, o problematiche più complesse.

Cosa sono le faccette dentali?

Le faccette dentali sono un presidio terapeutico  utilizzato in odontoiatria fin dagli anni Ottanta. Permettono di correggere numerosi inestetismi, tra cui:

  • danni causati da fratture o incidenti;
  • anomalie di forma e/o dimensione;
  • difetti di posizionamento o chiusura degli spazi tra i denti, come il diastema;
  • alterazioni del colore.

Le faccette dentali non sono altro che delle lamine molto sottili, in ceramica o porcellana, che vengono incollate alla superficie esterna dei denti, dunque quella visibile, per migliorarne l’aspetto. La loro apposizione è un intervento minimamente invasivo, ma in grado di offrire un ottimo risultato estetico, duraturo e stabile nel tempo. Per un occhio non esperto, è quasi impossibile distinguere un dente naturale da uno trattato con faccetta.

Questo tipo di trattamento, proprio perché implica la gestione di spessori molto sottili di un materiale delicato come la ceramica, richiede una elevata competenza e manualità da parte del dentista e dell’odontotecnico che realizzano le faccette. Oltre a una progettazione molto precisa per calibrare gli spessori e poter essere il meno invasivi possibile nella asportazione dello smalto. Come per ogni trattamento odontoiatrico, anche quelli inerenti esigenze estetiche richiedono un attento studio del caso che deve essere eseguito dal professionista del sorriso: il dentista. Prima di intraprendere qualsiasi intervento correttivo, è infatti indispensabile che il clinico parli con il paziente. Deve infatti comprendere le sue esigenze e i suoi desideri e valutare insieme le possibili soluzioni, i tempi e i costi per realizzarle. Trattandosi inoltre di terapie mediche specialistiche è necessario che prima di ogni atto di cura venga eseguita una corretta diagnosi. Va ricordato inoltre che anche le faccette dentali rientrano nella categoria di “dispositivi medici su misura”, e sono quindi soggette alla regolamentazione europea relativa in merito alle certificazioni del fabbricante da fornire al paziente a termine della terapia.

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Il ruolo del fluoro in odontoiatria

Il fluoro è un elemento chimico ed è detto anche “oligoelemento” poiché necessario, in quantità minime, per la crescita, lo sviluppo e la corretta fisiologia dell’organismo. È un elemento normalmente presente in natura, per esempio nei minerali di fluorite, criolite e apatite, o sotto forma di fluoruri nelle acque. In piccole quantità lo troviamo anche nei tessuti del nostro organismo, in particolare nelle ossa e nei denti. Il fluoro è utile nella prevenzione della carie, ha una funzione antibatterica ed è coinvolto nel processo di remineralizzazione dei denti.

Fluoro: un minerale fondamentale per la salute orale

Il fluoro è molto importante per la mineralizzazione delle ossa. Infatti, questo elemento facilita e favorisce il deposito di calcio al loro interno, le rinforza e aiuta a prevenire disturbi e patologie gravi come osteoporosi e fratture. Inoltre, produce effetti positivi sui denti:

  • promuove il corretto sviluppo dei denti, soprattutto nella prima infanzia;
  • è particolarmente prezioso per la corretta mineralizzazione dei denti in via di formazione;
  • contribuisce a prevenire la carie;
  • rafforza lo smalto e riducendo il rischio di erosione da parte degli acidi e della placca batterica.

I batteri presenti sui denti, solitamente dopo i pasti, attivano la produzione di acidi che sono dannosi per i minerali dello smalto, soprattutto per calcio e fosforo, e iniziano un processo chiamato “demineralizzazione”. A causa di quest’ultima, lo smalto è più debole e può essere attaccato più facilmente dai batteri della bocca responsabili della carie. Però, se il processo di demineralizzazione è all’inizio, può essere invertito. Infatti, il fluoro può ripristinare i livelli normali di fosforo e calcio aumentando la resistenza dello smalto dei denti agli attacchi dei batteri. Questo è il cosiddetto processo di rimineralizzazione dello smalto.

Fabbisogno e alimentazione

L’assunzione giornaliera di fluoro varia in base a differenti parametri, tra cui il sesso e l’età. La quantità ottimale giornaliera per un organismo adulto si aggira tra 1,5 e 4 mg. Per i bambini, invece, è inferiore e varia in base alla fascia di età:

  • fino a 6 mesi di vita è di 0,1-0,5 mg al giorno;
  • da 6 mesi a 1 anno di 0,2-1 mg al giorno;
  • tra 1 e 3 anni da 0,5 a 1,5 mg al giorno;
  • tra 4 e 6 anni da 1,0 a 2,5 mg al giorno;
  • a partire dai 7 anni da 1,5 a 2,5 mg al giorno.

Il fluoro è contenuto all’interno di numerosi alimenti come: pesce e frutti di mare (in elevate concentrazioni), nel latte e anche in alcuni formaggi, nella carne, nei cereali, nel the, nell’acqua potabile o fluorizzata. Nei vegetali, invece, la concentrazione di fluoro varia molto in base alle caratteristiche del terreno di coltivazione e all’eventuale uso di fertilizzanti.

Cos’è la fluoroprofilassi?

La fluoroprofilassi è un protocollo di prevenzione della carie che avviene mediante la somministrazione di fluoro. Può essere eseguita a ogni età, ma risulta molto importante nel trattamento dei pazienti ancora in fase di crescita. Il fluoro è diventato ormai parte integrante dell’igiene orale di tutti gli individui, grazie all’introduzione di programmi preventivi su larga scala, come la fluorizzazione delle acque, e ai dentifrici di uso quotidiano.

Se necessario, in caso di carenza di fluoro, il dentista può consigliarne la somministrazione secondo due vie:

  • Topica: le superfici dei denti vengono esposte a sostanze che contengono elevate concentrazioni di fluoro, come gel, dentifrici e smalti. Queste sostanze non devono però essere ingerite dal paziente quindi, nel caso di bambini piccoli, è bene che i genitori supervisionino.
  • Sistemica: l’assunzione costante e regolare avviene per bocca, con gocce, acque fluorate, latte, sale e compresse.

Secondo studi scientifici, ad oggi l’effetto preventivo del fluoro, ottenuto attraverso la via di somministrazione topica, è considerato più efficace rispetto alla somministrazione sistemica. Infatti, l’evidenza scientifica circa l’efficacia della fluoroprofilassi per via sistemica è controversa. Alcune ricerche confermano l’efficacia degli integratori di fluoro nella dentatura permanente, mentre nei denti da latte il grado di efficacia non è ancora stato chiarito.

Fluoroprofilassi: guida all’uso

L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha stilato un vero e proprio programma di Fluoroprofilassi contenente linee guida specifiche:

  • Dai 6 mesi ai 6 anni: si consiglia l’uso di un dentifricio contenente almeno 1000 ppm di fluoro, come indicato sull’etichetta del prodotto, almeno 2 volte al giorno. È bene che non manchi mai un attento controllo da parte degli adulti in quanto i bambini potrebbero ingerire il dentifricio. Inoltre, è importante ricordare che nonostante i collutori contengano basse concentrazioni di fluoro siano sconsigliati prima dei 6 anni a causa dell’alto rischio di ingestione da parte del bambino. Stesso discorso per l’applicazione professionale di gel fluorati, da utilizzare sempre sotto la supervisione dei genitori. Nel caso di soggetti con problemi motori o psicofisici, per i quali l’uso del dentifricio risulta essere oggettivamente difficile, o in individui ad alto rischio di carie, il fluoro può essere integrato, dietro consiglio di un esperto, con l’assunzione di alcune gocce. Dai 6 mesi ai 3 anni 0,25 mg al giorno; dai 3 ai 6 anni 0,5 mg al giorno.
  • Dai 6 anni: si consiglia l’uso di un dentifricio contenente almeno 1000 ppm di fluoro, da verificare sull’etichetta del prodotto, almeno 2 volte al giorno e facendo attenzione a non diluirlo. Inoltre, per individui a medio e alto rischio di carie, si suggerisce l’integrazione di fluoro con altre fonti, ovvero gel e vernici fluorati per via topica.

Fluoroprofilassi in gravidanza

La letteratura scientifica non ha un parere unanime sull’utilizzo del fluoro in gravidanza. Alcune ricerche mostrano effettivi benefici e dunque consigliano l’assunzione via sistemica di fluoro a favore del feto e della madre. Altri studi, invece, sono scettici sull’efficacia del fluoro sistemico sulla dentatura del nascituro. Entrambi concordano però sui benefici derivanti dall’uso topico di dentifrici e collutori contenenti fluoro durante il periodo della gravidanza per la salute orale della madre. Infatti, si ritiene necessario e di primaria importanza, incrementare il livello di igiene orale della madre, includendo l’utilizzo di fluoruri topici, con il fine di limitare la trasmissione della carica batteria al nascituro.

Effetti collaterali del sovradosaggio

Se, come detto, una carenza di fluoro può esporre la salute dei nostri denti a rischi, anche un eccessivo utilizzo delle dosi consigliate è dannoso. Un sovradosaggio di fluoro, infatti, può provocare fluorosi: una condizione cronica, causata dall’eccessiva ingestione di fluoro, che determina un’alterata formazione dello smalto. La sua gravita dipende dalla dose, dalla durata e dal periodo di somministrazione. In condizioni normali lo smalto dei denti è traslucido, con una struttura vitreiforme e un colore bianco crema uniforme. Con la fluorosi, invece, generalmente si verifica la comparsa di alterazioni sullo smalto: macchie opache e striature bianche, simmetriche, scolorite e diffuse.

Si potrebbe proprio dire, parafrasando Paracelso, che “tutto è veleno, niente è veleno, conta solo la dose”. La possibilità di ricorrere a integratori, composti, compresse e gel fluorati per migliorare la propria salute dentale, è una prerogativa esclusiva del dentista. Solo dopo aver valutato il grado di rischio carie e lo stato di salute del cavo orale, il professionista potrà prevedere, eventualmente, di ricorrere a questi supporti, avendo cura di indicare concentrazioni, frequenza e posologia.

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Nevralgia (idiopatica o primitiva) o mal di denti?

Ti è mai capitato di percepire un dolore alla gengiva, ai denti o in alcune parti del volto e non capirne la causa? Se si è trattato di un dolore acuto, simile a una sensazione di bruciore potrebbe essere nevralgia trigeminale. Ma di cosa si tratta esattamente quando si parla di nevralgia trigeminale? E quanto dura una fitta causata dal dolore nevralgico?

Cos’è la nevralgia?

Per affrontare il tema della nevralgia si può partire dalla sua etimologia greca: “neyron” (nervo) e “algos” (dolore). La nevralgia è infatti una patologia dovuta all’infiammazione, irritazione o trauma di uno o più nervi sensitivi. Pertanto, consiste nel dolore causato dall’irritazione di un nervo danneggiato. Il dolore si diffonde lungo il percorso del nervo, o su una delle radici che lo connettono al sistema nervoso centrale (SNC), o in tutto ciò che risponde ai suoi impulsi. Esistono diversi tipidi nevralgia, proprio perché i nervi che attraversano il nostro corpo sono numerosi: intercostale, sciatica, del trigemino, facciale, della mandibola, post erpetica, etc. Tra le forme più comuni, sicuramente quella dentale è tra le più diffuse e conosciute. Talvolta la causa non è però dentale, non parte dai denti o dalla bocca, ma è invece causata da altro, da un’infiammazione del nervo trigemino: in questo caso parliamo di nevralgia trigeminale.

Nevralgia del trigemino

La nevralgia del nervo trigemino non è una patologia facile da diagnosticare. Spesso può essere confusa con un mal di denti, in quanto i sintomi più frequenti sono molto simili. Il dolore, infatti, può coinvolgere la gengiva, un singolo dente, tutta un’arcata o zone del volto. Si manifesta talvolta con un dolore acuto e violento, oppure sordo e di tipo gravativo-compressivo, che causa una sensazione di oppressione. Il dolore nevralgico può colpire a tutte le età ma è più frequente sopra i 50 anni. La sensazione di dolore avvertita è piuttosto intensa e può essere accentuata da alcuni stimoli o attività quotidiane, come mangiare, lavarsi i denti, passare il filo interdentale, parlare e sbadigliare.

Mal di denti

Il mal di denti è una patologia abbastanza frequente nella popolazione. Un dente cariato, o un dente già curato in passato possono essere la causa del mal di denti. Talvolta, possono aggravare la percezione o stimolare il dolore anche solo l’aria fredda (capita di frequente durante l’inverno) o l’assunzione di cibi o bevande caldi, freddi, acidi o dolci. Spesso il dolore avvertito può essere piuttosto debilitante, tanto da compromettere la qualità di vita dei soggetti che ne soffrono. In questi casi, a maggior ragione, l’intervento tempestivo del dentista può essere risolutivo.

Come distinguere il mal di denti dalla nevralgia trigeminale?

Tra i due, il denominatore comune è certamente il dolore. Ma quest’ultimo, nel caso del mal di denti, è spesso una sensazione continua, pulsante e parte da una porzione o zona della bocca (siano essi denti o gengiva). Inoltre, se si parla di nevralgia del nervo trigemino, spesso i denti sono sani. Mentre nel mal di denti accade che siano presenti patologie dentali in atto (carie, gengivite, parodontite) o trattamenti pre-esistenti (otturazioni, trattamenti endodontici, protesi).

Nel caso della nevralgia trigeminale, il dolore avvertito è solitamente improvviso, tant’è che chi ne soffre spesso percepisce una sensazione di “pugnalata” o “scossa elettrica”. La durata di questa “fitta” è di circa 1 o 2 minuti (anche se può estendersi), trascorsi i quali il dolore scompare. Questo non toglie che anche in alcuni tipi di dolore dentale, come per esempio la “pulpite acuta” può presentarsi con la stessa percezione, ma spesso più duratura.

La nevralgia trigeminale, inoltre, provoca spesso un tipo di dolore che è accompagnato da altri sintomi. Ad esempio sensazione di bruciore, pizzicore, ipersensibilità al tatto, prurito o gonfiore.

Le cause della nevralgia di origine dentale (mal di denti)

I nervi sono gli elementi che costituiscono il sistema nervoso periferico e svolgono la funzione di trasmettere “informazioni” sotto forma di impulsi nervosi. Sono formati essenzialmente da fibre avvolte da guaine protettive e isolanti. Quando questa protezione viene meno, poiché danneggiata, il nervo è vulnerabile e più soggetto, per esempio, all’attacco di agenti esterni, agli stimoli o alla compressione. Tutti possiamo essere soggetti al mal di denti, ma è certa la presenza di una causa che lo scateni:

  • carie profonda, che ha scoperto la polpa del dente e compromesso la guaina protettiva del nervo;
  • sensibilità dentale;
  • dente devitalizzato, rotto o danneggiato;
  • cisti;
  • forte pressione, come per esempio il bruxismo (il digrignamento notturno dei denti);
  • traumi.

Come curare la nevralgia di origine dentale?

Curare la nevralgia dentale è possibile. Il dentista interviene eseguendo le terapie più adatte, o prescrivendo i farmaci prima di eseguire la terapia. I medicinali prescritti, generalmente, hanno la funzione di ridurre oppure bloccare i segnali di dolore inviati dal nervo infiammato. Possono essere antibiotici, cortisonici, analgesici o antinfiammatori. Non appena si avvertono i sintomi, è importante rivolgersi immediatamente al proprio dentista; da un lato, per evitare di assumere farmaci in maniera autonoma e spesso inutile (come, per esempio, gli antibiotici); dall’altro, per evitare di confondere la nevralgia trigeminale con un semplice mal di denti. È bene ricordare che il 95% del dolore facciale è ascrivibile al mal di denti. Solo nel restante 5% dei casi sarà il professionista ad indirizzare il paziente ai colleghi che si occupa di altre patologie non di origine dentale (sono spesso chiamati in causa gli otorini ed i neurologi).

È possibile prevenire la nevralgia?

In ogni caso, per prevenire le nevralgie è buona norma alimentarsi in modo sano ed equilibrato, con un’attenzione particolare a sali minerali e vitamine. Un’alimentazione ricca di vitamina B e magnesio è, infatti, importante per prevenire questo tipo di patologie. Per prevenire inoltre il dolore di origine dentale è buona norma eseguire controlli presso il dentista di fiducia. Questi, se lo riterrà opportuno, eseguirà esame clinico o diagnostico per avere un quadro completo della salute orale del paziente.

Nel caso della nevralgia trigeminale, l’approccio è invece multidisciplinare. Nonostante questa patologia possa presentare ingannevoli periodi di remissione (mesi o addirittura anni) nei quali sembra scomparire, generalmente il dolore tende a tornare, e in forma ancora più forte. Dobbiamo quindi consultare, già dai primi sintomi, il nostro dentista di fiducia che saprà, come sempre, aiutarci nel migliore dei modi, soprattutto nell’escludere una nevralgia che dipenda dai nostri denti.

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